Bridget Jones Baby

Bridget Jones Baby

  • Uno di noi, uno di noi! – gridavano in preda a un furore dionisiaco i freaks di Tod Browning nel 1932. Una di noi, una di noi! – verrebbe da gridare adesso come 16 anni fa guardando la single inglese inventata da Helen Fielding trascorrere il compleanno da sola in pigiama bevendo vodka e versando lacrime sui chili di troppo e i fidanzati andati o mai arrivati. Una di noi perchè, oggi più che mai,Bridget Jones è un archetipo, un mito della cultura pop(olare), il simbolo di una femminilità normale, autoironica, anti-borghese e soprattutto indulgente nei confronti delle proprie debolezze.

    Facile antropologia a parte, bisogna riconoscere che, superati i primi “anta” e grazie alla brillante penna di Emma Thompson, stavolta anche attrice nei panni di una ginecologa, il personaggio è cresciuto e si è scrollato di dosso quelle ridicolaggini da buffone di corte e quei capitomboli di troppo che in Che pasticcio, Bridget Jones! avevano messo a repentaglio la sua sopravvivenza. Esultiamo! Perché quanto a lungo poteva durare il gioco del viso impiastricciato, delle gaffes continue e dei capitomboli? Di capitomboli – in un film reunion che richiedeva l’omaggio – almeno uno ce n’è, ma BJ casca nel fango, un fango che purifica dalla noia e si rivela corroborante nella misura in cui anima di un’energia febbrile ma non esagerata una commedia intelligente in cui la risata nasce più dalla battuta che dalla buccia di banana. E’ il wit britannico e c’è anche lo zampino dello sceneggiatore di Borat Dan Mazer.

    Dimagrita e niente affatto penalizzata dai “ritocchini” di Renée Zellweger che hanno fatto gridare allo scandalo, Bridget Jones è diventata producer di un programma di news e quindi una seria professionista. Come capita a diverse MILF, anzi SPILF (spinser - cioè zitella – I’d like to f*** ), è alla ricerca di un po’ di sesso da fare con uno sconosciuto. Lo trova nell’inventore dell’algoritmo dell’amore Jack Qwant e subito dopo si getta nelle braccia dell’amato Marc Darcy, ormai ex perché rimasto prigioniero della sua rigidità “eatoniana”. Morale della favola? Una gravidanza inattesa e due possibili padri.

    Il divertimento nasce da qui, dal confronto e dalle gelosie “femminili” di due maschi non alfa ma gentiluomini e l’anarchia di Bridget, che sì riflette sul gap fra la vita che avrebbe voluto fare e quella che invece fa, ma che si ribella a ogni impulso autodistruttivo fin dalla prima scena, in cui non canta “All by Myself” ma“Jump Around”. E se Colin Firth è meno rigido del solito e ancora in grado, nonostante i 56 anni, di ritirare fuori l’allure del Darcy di Orgoglio e pregiudizio,Patrick Dempsey non perde un colpo.

    Nemmeno Bridget Jones’ Baby perde un colpo, e visto che il buongiorno si vede dal mattino, il suo tono peperino è già tutto nel duetto fra Bridgete l’anchorwoman Miranda, personaggio che meriterebbe uno spin-off. E’ irresistibile il terzo film della serie, che per fortuna glissa sulle sdolcinature delle cronache di gravidanze ed è un tributo ad una Londra dove le insegne di Piccadilly Circus infondono ottimismo e dove, ancora, “It’s raining men”. Alleluia!

Bridget Jones Baby

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